Editoriale Syn Gennaio Maggio 2014 a cura di Sergio Signori


Editoriale Syn Gennaio- Maggio 2014

La favola-mito di Igino (*)
 
“Un giorno, mentre attraversava un fiume, Cura vide un pezzo di fango, le venne un’idea ispirata e cominciò a dargli forma. Chiese quindi a Giove che vi soffi asse il suo spirito, e Giove lo fece di buon grado; ma quando Cura volle dare un nome alla creatura, Giove pretese che le desse il suo nome. Anche Terra reclamò la stessa cosa, visto che il fango era parte di lei. Ne nacque una grande discussione; decisero di interpellare Saturno, che prese questa decisione, che sembrò giusta: “ Tu, o Giove, gli hai dato lo spirito; alla sua morte avrai di ritorno questo spirito; tu, Terra, gli hai dato il corpo: riotterrai, perciò, il suo corpo quando questa creatura morirà. Siccome tu, Cura, per prima hai modellato la creatura, essa resterà sotto la tua cura fi nché vivrà. Dal momento poi che c’è una animata discussione tra voi quanto al nome, decido io: questa creatura si chiamerà uomo, cioè fatta di “umo” (che signifi ca terra fertile)”. (1) Questa bellissima favola è tratta dal libro “Il Creato in una Carezza” di Leonardo Boff, (Cittadella Editrice), nel quale l’autore ci parla dell’essenza umana in un modo che viene incontro alle richieste più urgenti del nostro tempo. È la favola mito della cura. È nella cura che incontreremo l’ethos necessario alla socialità umana e soprattutto per l’essenza fondante dell’essere umano, uomo o donna. Boff ci presenta l’Ethos come l’insieme di quei valori, principi e ispirazioni che danno origine ad atti e atteggiamenti che daranno forma all’habitat comune e alla nuova società nascente. È urgente un nuovo ethos di cura premurosa, di sinergia, di riallacciamento, di benevolenza, di pace con la Terra, con la vita, con la società e con il destino delle persone. E ancora Boff scrive: “Prendersi cura è più che un semplice atto; è un atteggiamento. Si estende, dunque, oltre il semplice momento di attenzione, zelo e premura. Rappresenta un atteggiamento d’impegno, di responsabilizzazione e di coinvolgimento affettivo con l’altro.
… La cura fa parte della natura e della costituzione dell’essere umano. Il modo-di-essere caratterizzato dalla cura manifesta in modo concreto com’è l’essere umano. Senza la cura  esserebbe di essere umano. Se non riceve una cura premurosa dalla sua nascita fi no alla morte, si destruttura, viene meno, perde il senso e muore. Se nel corso dell’esistenza non
facesse con cura tutto ciò a cui mette mano, fi nirebbe per pregiudicare se stesso e distruggere tutto ciò che gli sta intorno. Per questo la cura deve essere intesa come parte dell’essenza umana. La cura deve essere presente in tutto. ”
Boff parla bene e concordiamo con lui, ma da decenni oramai assistiamo ad un diffuso malessere della civiltà. Si manifesta nel fenomeno della trascuratezza, del disinteresse e  ell’abbandono, in una parola della mancanza di cura e premura. Nel mondo della realtà “on-line”, della realtà virtuale, possiamo conoscere tantissime cose senza toccarle,
annusarle, gustarle; potremmo dire che molte persone oggi (soprattutto giovani e giovanissimi per i quali questo è “normale”) esplorano il mondo via-Internet in una condizione di deprivazione sensoriale.
Quanto infl uisce questo sulla capacità di provare “com-passione”? Quanto sulla capacità di “prendersi cura” e non solo di persone ma della casa, degli oggetti, dell’ambiente, di tutto in defi nitiva? Questa conoscenza “via monitor” così asettica, così spersonalizzata, così povera di sensazioni materiche accentua il vissuto di separazione e di isolamento, che è l’esatto contrario della percezione di sé come espressione di un Tutto e della interconnessione con tutto ciò che esiste di cui parlano da sempre i veggenti e da alcuni decenni i fi sici più avanzati (da Bohm a Capra a Prigogine ad altri). E come non ricordare un altro aberrante prodotto di questa cultura disumanizzata, cioè il prendersi cura di un animaletto virtuale (Tamagochi)? Sapete di cosa si
tratta? Perché non prendersi cura di persone reali che vivono intorno a noi? Si tende perfi no a vagheggiare dei robot che siano sempre più simili a noi. Tutto questo alimenta una cosa sola: la solitudine. Purtroppo potremmo continuare: lo sfruttamento delle risorse ambientali, la produzione di un cibo sempre più adulterato e manipolato, l’inquinamento sempre più selvaggio stanno portando il pianeta al rischio di sopravvivenza. Non è tutto questo l’esatto opposto del “prendersi cura”? Abbiamo bisogno di un modello di convivenza che includa la protezione della terra, delle risorse, delle fonti di energia rinnovabile. “Prendersi cura” non è un gesto meccanico, è un modo di essere che prende origine, fondamentalmente, dalla capacità di essere
empatici, cioè di percepire gli altri e il mondo con emozione e, possibilmente, con affettività. Potremmo dire che siamo chiamati a un passaggio evolutivo da Homo sapiens a “Homo empaticus”; e non si tratta di una scelta “elitaria” per il semplice motivo che i segnali che provengono dall’ambiente fi sico in termini di mutamenti stagionali, climatici e di dissesto idrogeologico ci stanno dicendo che, semplicemente, non abbiamo scelta. Come al solito, l’essere umano apprende attraverso la diffi coltà o addirittura l’emergenza. Viviamo immersi nell’illusione che tutto sia separato, diviso, e che
quindi il mio bene sia scindibile da quello degli altri; questo modo di percepire (e quindi di sentire) deriva dalla dominanza del nostro emisfero cerebrale sinistro; la straordinaria esperienza di Jill Bolte- Taylor, neuroscienziata americana, ci aiuta a comprendere che se l’emisfero sinistro “tace” percepiamo un mondo “uno” dove la sensazione dominante è la beatitudine indifferenziata. Tornando a quanto considerato all’inizio riteniamo che questa rieducazione al prendersi cura debba necessariamente includere la scoperta (o la riscoperta) di un entrare in contatto anche fi sico, di un con-tatto nel senso letterale della parola purchè si tratti di un “buon contatto” sulla trasmissione del quale ci impegniamo da tempo...; se le neuroscienze dimostrano che abbiamo delle fibre nervose sensoriali e dei recettori cerebrali per le carezze (distinti, si badi bene, da quelli del  tatto ordinario) signifi ca che siamo “attrezzati” per dare e ricevere amore, e che la cultura dominante da decenni, basata sulla competizione e sull’"uso" degli altri, deve semplicemente sparire.  
Quale migliore augurio per l’anno nuovo? Creare reti di persone che vogliano fare della riscoperta della cura e del prendersi cura il vero programma per una vita non da “realtà virtuali” ma da esseri umani integrati e affettivi.
Sergio Signori
 
Note del testo:
(1) Favola n° 220 dell’opera “Favole o Genealogie” di Gaius Julius Hyginus, dapprima schiavo
di Cesare Augusto poi direttore della biblioteca Palatina, a Roma, morto nel 10 d.C.
 
Bibliografia:
Leonardo Boff. Il creato in una carezza. Cittadella
Frans De Waal. Naturalmente buoni. Feltrinelli
Jill Bolte-Taylor. La scoperta del giardino della me
PROSSIMI EVENTI

Servizio calendario google temporaneamente non disponibile

Accedi al calendario completo




Login

Valid XHTML 1.0 Transitional